Diabete mellito: Attività fisica e sportiva adeguata

Scritto da Marco Putignano Il Archiviato in Blog

Diabete Mellito - Centri MisakyIl diabete rappresenta la malattia endocrina più frequente, specie in giovane età;
se ben controllato e con una adeguata preparazione del paziente sia sul piano fisico che delle conoscenze fisiopatologiche della malattia, non preclude l’attività fisico-sportiva, compreso il livello agonistico.

Nel nostro paese la legge 111/87 invita a favorire l’inserimento del diabetico nelle pratiche sportive, anche per favorire i vantaggi di socializzazione che  comporta, previa certificazione da parte dello specialista diabetologo.

Effetti a breve termine:
Il muscolo utilizza dapprima il suo glucosio e in seguito inizia a convertire il glicogeno in glucosio per ottenere l’energia. Un adulto di 70 Kg  ha circa 1100 Kcal di scorta come glicogeno muscolare ed altre 500 Kcal nel fegato. Oltre ad utilizzare il suo glicogeno il muscolo assorbe glcucosio dal circolo se è presente insulina  e come la glicemia inizia a scendere si sopprime l’insulina ed aumenta il glucagone.

Se prosegue l’attività fisica entrano in gioco altri ormoni contro-regolatori oltre al glucagone: GH , cortisolo e catecolamine.
Questi ormoni stimolano la lipolisi,  che a sua volta procura acidi grassi da bruciare e rende disponibile  glicerolo da convertire in glucosio.

A questo punto l’effetto globale è quello di una graduale riduzione della captazione di glucosio da parte del muscolo con stimolo di lipolisi ed assorbimento di acidi grassi. Tali modificazioni del metabolismo glucidico sono ancor più importanti nei bambini, che utilizzano maggiormente la via aerobica, quella che usa più i grassi che gli zuccheri, durante l’attività sportiva.

Effetti a lungo termine:
L’allenamento porta ad una utilizzazione dell’energia più efficiente, attraverso aumento degli enzimi mitocondriali, del numero del fibre “lente”, dei neo-capillari muscolari, dei trasportatori di membrana del glucosio migliorando così  la sensibilità all’insulina.

Per l’assetto lipidico sia nei soggetti sani che nei diabetici (purché trattati con insulina) si osserva un aumento del colesterolo HDL e diminuzione di quello LDL. E’ stato ipotizzato che questa azione sia mediata da una aumentata sensibilità dei recettori periferici per le catecolamine, i cui livelli plasmatici aumentano durante l’esercizio fisico,  con attivazione delle lipoprotein-lipasi.

L’allenamento, oltre a ridurre il rischio di complicanze cardiovascolari attraverso questo miglioramento dell’assetto lipidico plasmatico, determina un miglioramento della sensibilità globale all’insulina, riducendone i livelli o comunque il fabbisogno. Minori livelli di insulina circolante (questo vale per il diabete tipo 2 spesso iperinsulinemico ed insulino-resistente) o un minor fabbisogno significano una riduzione a livello tissutale di un potente ormone aterogeno.

Mentre in condizioni fisiologiche l’esercizio fisico inibisce e sopprime la produzione endogena di insulina prevenendo l’ipoglicemia che potrebbe manifestarsi di mano a mano che il muscolo consuma le sue scorte ed utilizza il glucosio in circolo, un tale meccanismo non può funzionare per l’insulina somministrata.

Se da un lato il rischio di episodi ipoglicemici durante la pratica sportive è minimizzabile riducendo la posologia dell’insulina e facendo precedere la prestazione da un pasto ipercalorico 2-3 ore prima, d’altra parte è vero che l’atleta diabetico che inizi l’esercizio fisico intenso in condizioni di iperglicemia marcata o di iniziale ketonemia andrà incontro a serie complicanze con deterioramento metabolico e ketoacidosi.

Dunque il percorso da seguire dovrebbe essere quello di individuare dei pazienti con uno stato metabolico sufficientemente stabile, che abbiano dimostrato di essere affidabili nel seguire le raccomandazioni e che siano disposti ad andare incontro ad un programma di graduale aumento del carico di allenamento e di saper adeguare, sotto la guida dello specialista, la terapia insulinica alle prevedibili minori richieste dell’organismo.

E’ prevedibile che la diffusione  delle minipompe per l’infusione sottocutanea continua di insulina, possa facilitare nell’atleta diabetico un miglior controllo glicemico assicurando la presenza continua di quei livelli “basali” di insulinemia che sono sufficienti ai tessuti per inibire la lipolisi, evitando inoltre di avere in circolo ancora eccessive quantità di insulina alcune ore dopo i pasti, come avviene ora con l’insulina in boli sottocutanei.

Meno complesso è l’approccio al paziente con diabete di tipo 2.
I rischi ipoglicemici sono improbabili, salvo l’uso di solfaniluree, peraltro non raccomandabili in molti di questi pazienti.
Al di la’ degli indiscutibili vantaggi che in questo tipo di pazienti si ottengono con l’aumento di attività fisica ed il conseguente calo ponderale, soprattutto con proporzionale aumento della massa magra a scapito del tessuto adiposo, anche nelle prime fasi di incremento del lavoro muscolare si realizza una diminuzione dei livelli insulinemici ed un incremento della sensibilità tissutale ad essa.

 

A cura di Dott. Gianfranco Vender
Medico specializzato in Medicina dello Sport – Centro Misaky Melegnano

Tags:

Trackback from your site.